Pontelandolfo

Storico

3 – Veduta di Casalduni

📍 Piazza municipio

Descrizione

📍 Indirizzo: Piazza municipio

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11 agosto 1861 — dove il drappello del tenente Bracci trovò la morte


Lo sguardo verso la valle

Da questa veduta lo sguardo si apre sulla valle e raggiunge il profilo di Casalduni, paese vicino a Pontelandolfo e suo gemello tragico in quei giorni di agosto. Quello che da qui appare come un sereno panorama collinare fu, l’11 agosto 1861, il teatro di uno degli eventi più drammatici della settimana: l’agguato in cui perse la vita gran parte del drappello inviato a sedare la rivolta. Provate, per un momento, a togliere il silenzio. A mettere al suo posto degli spari.

La spedizione del tenente Bracci

L’11 agosto, dopo quattro giorni di occupazione di Pontelandolfo da parte della banda di Cosimo Giordano², da Campobasso parte un piccolo contingente: quarantacinque soldati del 36° reggimento di linea, al comando del tenente Cesare Augusto Bracci, un giovane ufficiale toscano. Il loro ordine è di entrare a Pontelandolfo, ristabilire l’autorità del Regno d’Italia, disarmare i briganti e proteggere quanti tra i cittadini si erano dichiarati fedeli al nuovo Stato.

Quando il drappello arriva, però, trova un paese ostile. Le case sono chiuse, le strade vuote, e dai vicoli partono i primi colpi di fucile. Attaccati dai briganti e respinti dall’aperta ostilità della popolazione, i militari si vedono costretti ad asserragliarsi nella Torre medievale, della quale parleremo più avanti. Da lì, di fronte al fuoco crescente e su consiglio del vicesindaco Saverio Golino – unico dell’amministrazione locale rimasto a Pontelandolfo prima, durante e dopo i fatti dell’agosto 1861 – il tenente Bracci decide di tentare la ritirata lungo la Consolare Sannitica, in direzione di San Lupo.

L’agguato sotto Casalduni

Ma la sortita si rivela fatale. Le grida degli abitanti di Pontelandolfo che seguono la colonna in ritirata, indicandone i movimenti, convincono il drappello a deviare dal percorso previsto e a piegare verso Casalduni. Proprio sui pendii che da qui vedete, all’altezza del paese vicino, la colonna viene intercettata da una seconda banda, comandata da Angelo Pica, che agiva in coordinamento con quella di Giordano.

Tagliata ogni via di fuga, accerchiati in un terreno che non conoscono, i soldati combattono uno scontro impari. Gran parte del drappello viene uccisa sul posto con tiri di schioppi, colpi di scure, falce, zappetti e pietre. Dei quarantaquattro soldati si contano solo due superstiti che sopravvivono in modi diversi: uno riesce a fuggire verso San Lupo e a portare la notizia ai comandi italiani; l’altro, catturato vivo, è costretto a una pubblica abiura del giuramento militare e viene poi ricondotto a Pontelandolfo, dove sarà rinchiuso proprio nella Torre dalla quale era uscito poche ore prima, in attesa di essere liberato in seguito.

La notizia arriva a Benevento

Quando la notizia dell’agguato e della strage del drappello del 36° reggimento di linea raggiunge Benevento, il colonnello Pier Eleonoro Negri il 12 agosto, mentre si trova a teatro, viene convocato dal generale Enrico Cialdini per ricevere l’ordine di partire per Casalduni e Pontelandolfo e dare una lezione esemplare ai due paesi ribelli. Da questo punto della storia, quello che era stato un episodio di guerriglia diventa l’antefatto immediato della rappresaglia che, all’alba del 14 agosto, distruggerà Pontelandolfo.

² Cosimo Giordano, nato a Cerreto nel 1839, fu uno dei più noti capi briganti del Matese. Apprendista barbiere e guardiano di animali in gioventù, ancora minorenne uccise l’uomo che aveva assassinato suo padre, venendo poi assolto dalla Gran Corte Criminale di Napoli per la giovane età e il movente affettivo. A vent’anni si arruolò nei Reali Carabinieri a cavallo borbonici, raggiungendo i gradi di caporale e sergente, e partecipò “distinguendosi per valore” alla battaglia del Volturno. Dopo l’Unità, respinto dal nuovo esercito italiano a causa del suo passato borbonico e bersaglio di ostilità nel paese, si diede alla macchia. Riunì intorno a sé sbandati e disertori formando una banda di cui fu riconosciuto capo, responsabile di estorsioni, rapine e omicidi nelle campagne cerretesi e matesine. Con il tempo le sue azioni assunsero una connotazione politica, presentandosi come sostenitore della restaurazione di Francesco II, in un contesto in cui lo stesso re deposto finanziava e coordinava le bande del Sud.

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