La Torre che vedete è il simbolo identitario di Pontelandolfo. La sua costruzione risale al periodo compreso tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo ed è attribuita ai Gambatesa, conti di Campobasso. Fu però intorno al 1460, sotto Niccolò Gambatesa di Monforte, che la fortificazione assunse l’aspetto attuale, all’interno di un più ampio progetto di rafforzamento delle mura.
Alta ventuno metri, di forma perfettamente cilindrica, con un basamento spesso quattro metri e mezzo, la Torre fu progettata per resistere ad assedi prolungati. La prima sezione interna comprendeva una cisterna e un deposito munizioni; la seconda, chiusa da una volta in pietra, ospitava i piani difensivi a cui si accedeva attraverso botole. Sulla sommità correva una merlatura — oggi sostituita da una torretta ottocentesca — dalla quale i difensori scagliavano frecce e pietre, e attraverso i piombatoi versavano pece e olio bollente sugli assedianti.
Nel 1462, durante la guerra che vide i baroni del Regno schierarsi con il duca Giovanni d’Angiò contro Re Ferdinando I d’Aragona, la Torre sostenne un assedio di undici giorni. Il conte Niccolò Gambatesa la difese fino all’estremo, ma il cannoneggiamento aragonese ebbe la meglio: nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1462, i difensori si arresero. Il paese fu devastato e il conte esiliato in Francia. Quattro secoli più tardi, lo stesso calendario — la notte tra il 13 e il 14 — avrebbe portato a Pontelandolfo una nuova catastrofe.
È in questa stessa Torre che, l’11 agosto 1861, il tenente Cesare Augusto Bracci ordinò ai suoi uomini di asserragliarsi. Arrivati a Pontelandolfo per ristabilire l’ordine dopo l’occupazione di Cosimo Giordano del 7 agosto, i quarantacinque soldati del 36° reggimento di linea si trovarono presto sotto il fuoco incrociato dei partigiani e l’ostilità aperta della popolazione. La Torre, con i suoi muri spessi e la posizione dominante, era l’unico edificio del paese in grado di offrire un riparo immediato.
Per qualche ora la fortificazione tornò alla sua funzione originaria, quella per cui era stata costruita quattrocento anni prima: difesa di un piccolo gruppo di armati assediati da forze superiori. Ma la difesa, questa volta, fu breve. I colpi di fucile penetravano nella postazione attraverso le aperture e il consiglio del vicesindaco Saverio Golino — restare equivaleva a morire, tentare la sortita poteva forse salvare gli uomini — indusse Bracci a far uscire i suoi soldati per ripiegare lungo la Consolare Sannitica verso San Lupo. Come sappiamo dalla tappa precedente, la sortita finì nell’agguato di Casalduni.
Sopravvissuta a tutto
Tre giorni dopo, all’alba del 14 agosto, mentre le fiamme della rappresaglia di Negri divoravano Pontelandolfo, la Torre rimase in piedi. La sua massiccia struttura cilindrica, costruita per resistere a ben altri assedi, sopravvisse all’incendio che cancellò il paese intorno. Da quel giorno divenne qualcosa di più di un’antica fortificazione: un punto fermo nel paesaggio ferito di Pontelandolfo e, col tempo, il custode silenzioso della memoria di quell’eccidio.