La Chiesa dell’Annunziata che vedete è uno degli edifici sacri più antichi e più significativi di Pontelandolfo. Esisteva già prima del 1688, anno del grande terremoto che colpì la regione, ed era stata costruita a cavallo delle mura di cinta del paese, in corrispondenza di una delle quattro porte d’accesso, quella che da lei prese il nome di Porta Annunziata.
In origine il complesso edilizio era a navata unica con ampio abside, e ospitava sei altari laterali e uno centrale collocato nell’abside. Bolle papali del 1525, del 1582 e del 1618 attestano la concessione della Chiesa e dell’Ospedale annesso, segno di una presenza assistenziale che a Pontelandolfo si è mantenuta per secoli. Danneggiata dal terremoto del 1688, fu ridotta a tre altari dal vescovo Vincenzo Maria Orsini — il futuro Papa Benedetto XIII — nel 1693, e successivamente ricostruita nel 1827 nelle dimensioni attuali: lunga circa ventinove metri, larga dieci, alta otto, con un’edicola barocca esterna a cuspide e bulbo.
La Chiesa dell’Annunziata non era solo un luogo di culto. Tutto il complesso governato dalla Confraternita del SS.mo Rosario e SS.ma Annunziata, fondata nel 1692, comprendeva la chiesa stessa — le cui fondamenta erano usate come sepolture — l’Ospedale posto sul fianco, e dal 1707 anche il deposito del Monte Frumentario, il magazzino comunitario del grano. Era, in pratica, il nucleo storico della vita sociale e assistenziale del paese: un luogo dove si pregava, ci si curava, si custodiva il pane per i momenti di carestia.
Furono le fondamenta della Chiesa dell’Annunziata, usate per secoli come sepoltura, a ricevere i corpi delle vittime dell’agosto 1861. E qui la storia di Pontelandolfo si fa amara fino al paradosso: le vittime sepolte sotto questo pavimento appartenevano ai due fronti opposti del conflitto. Da una parte i civili uccisi dalla banda di Cosimo Giordano nei giorni dell’occupazione, dal 7 all’11 agosto. Dall’altra le numerose vittime dell’eccidio del 14 agosto, gli abitanti inermi sorpresi dall’incendio appiccato per ordine del colonnello Negri.
Briganti e bersaglieri, civili filo-borbonici e civili liberali, vecchi e bambini, vittime delle due parti che si contendevano il Mezzogiorno: tutti finirono per giacere sotto le stesse pietre, in un luogo che la fede del paese considerava, da secoli, il custode delle proprie ossa. Sulla facciata della chiesa sono riportati i nomi delle tredici vittime certificate di quei giorni roventi dell’agosto 1861:
Dunque, secondo le fonti ufficiali, i morti del 14 agosto sono 13, di cui 10 furono uccisi e 3 morirono bruciati. Tuttavia, la questione circa il numero di vittime è oggetto tutt’oggi di un animato dibattito. Importante è, poi, tener conto del fatto che i morti non sono solo quelli della seconda settimana di agosto: molti decessi furono registrati anche in seguito sia a causa dei danni dovuti all’incendio, sia per il permanere delle truppe nel paese anche nei mesi successivi con l’intento di debellare in modo definitivo il fenomeno brigantesco.
Più volte danneggiata da eventi sismici, in particolare dal terremoto del 21 agosto 1962, la chiesa è stata restaurata circa quindici anni fa con l’intervento dei Beni Culturali e Ambientali. Oggi, chiusa al culto regolare e assorbita nelle proprietà comunali, viene utilizzata in occasione di attività culturali. Continua però, in silenzio, a custodire la memoria di chi sotto di essa è stato sepolto: una memoria che non distingue più tra i fronti, e che proprio per questo è oggi patrimonio comune dell’intero paese.